I più assidui lettori ricorderanno senz’altro il nome Mitsuoka, associato a certi orrori automobilistici giapponesi che ricordiamo tutti. Qui, si sono davvero superati omaggiando gli USA.
Mitsuoka, un nome una garanzia: nel senso che quando le auto di questa casa giapponese si fanno avanti, è garantito che gli appassionati di automobilismo di tutto il mondo sentiranno una violenta fitta all’intestino causata da mascherine simil-anni 50, vecchi motori Nissan ed una generale noncuranza per il buon gusto estetico.
Icona assoluta degli anni 60 negli USA, la Corvette Stingray è una di quelle automobili impossibili da confondere con qualsiasi altra auto: beh, a parte la brutta copia realizzata dalla Mitsuoka, un’omaggio all’automobile americana che probabilmente non sentiva il bisogno di questa dimostrazione d’affetto…
Partiamo dicendo una cosa che non pensavamo di dire: la Mitsuoka Rockstar non è poi così brutta. Diciamo che tra le vetture del marchio che abbiamo recensito, è senz’altro la meno sgradevole, esteticamente parlando, che è come dire che il rumore ottenuto battendo un bidone di metallo con una mazza è meno fastidioso di una persona che russa. Ma comunque, spezziamo questa lancia in favore dell’auto prima di scoprire cosa si cela sotto la sua carrozzeria.
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Passiamo dunque alla nota dolente: la Rockstar sotto il suo sfavillante corpo caratterizzato dalle linee USA è una Mazda Mx5. Ma non nel senso che l’auto magari condivide qualche elemento meccanico o strutturale con la cabriolet giapponese, la vettura è letteralmente una MX5. Senza se ne ma. Motore incluso.
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Unica differenza con la Miata originale, i fari a scomparsa che sulla Rockstar sono stati aboliti per non compromettere la linea: del resto, negli anni 60 non è che questa soluzione estetica andasse poi così forte: sarebbe arrivata al grande pubblico un paio di decenni dopo.
Considerando che nel 2018 – anno di presentazione della Mitsuoka Rockstar – la MX5 partiva da un prezzo di listino di 27.850 Euro, ci viene spontaneo chiederci perchè spenderne 36.000 per un’auto completamente identica salvo che per qualche soluzione estetica, più le spese di importazione.
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Ma non vi preoccupate, la Rockstar non è mai stata un problema italiano né lo sarà: la vettura è stata prodotta in 50 esemplari numerati, tutti destinati al mercato giapponese. Vista la cattiva accoglienza che gli USA hanno riservato ad un’auto come la Niva Bronto solo per il suo design, possiamo solo immaginare come avrebbero accolto la Rockstar: almeno stavolta, la Mitsuoka ci ha visto lungo ed ha evitato un fiasco tremendo.
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