Una notte lunga, luci che bucano la nebbia dell’Ardenne, la strada più famosa del GT che si piega e risale. Da un box in fondo alla pit lane, una squadra che non si arrende. La 24 Ore di Spa 2026 regala una storia da raccontare a lungo: coraggio, ritmo e una fiducia testarda che sposta l’ago del destino.
La 24 Ore di Spa rimette ogni anno le cose in prospettiva. Sette chilometri e poco più, il saliscendi di Eau Rouge–Raidillon, la staccata di Les Combes, il respiro pieno di Blanchimont. Serve lucidità, più che potenza. E serve accettare che la montagna belga non perdona.
La Lionspeed parte dal fondo, addirittura dalla pit lane. I motivi non sono stati chiariti nel dettaglio al via: si parla di un’irregolarità tecnica risolta in extremis, ma l’informazione non è stata confermata ufficialmente. Fatto sta che la rimonta comincia subito, con passaggi puliti e un ritmo che non forza la mano. Tre nomi in plancia: Ricardo Feller, Thomas Preining, Bastian Buus. Svizzero, austriaco, danese. Tre stili diversi, un’unica linea: tenere la Porsche in una finestra di temperatura “buona”, mangiare metri sul dritto del Kemmel senza dissanguare le gomme.
Intorno, il mare. Oltre sessanta GT3 in un serpentone che alterna Full Course Yellow e Safety Car (il numero preciso delle neutralizzazioni non è stato reso noto al termine, ma chi era sul posto sa quante volte le luci hanno richiamato tutti in fila). Lì la gara si rimescola. La Mercedes di punta resta regolare, concreta. La Ferrari non molla il colpo e lavora sul passo mentre il meteo minaccia, come sempre qui, ma senza strappi estremi.
La svolta vera arriva nel cuore scuro, tra le 2 e le 5. La Lionspeed esce dalle ombre del traffico con due pit stop chirurgici e cambi pilota nella finestra perfetta. Il box fa la differenza: gomme pronte, rifornimento senza sbavature, nessuna penalità. Nei giri chiave, la Porsche tiene un passo intorno ai “due e venti” sul giro, indicativo ma sufficiente a capire il livello di costanza. Preining addomestica la notte, Buus tiene la rotta nel traffico più insidioso, Feller capitalizza la luce che sale.
Solo a quel punto la storia svela il suo centro: dalla pit lane alla testa, fino alla vittoria. Una vittoria che non nasce da un colpo di fortuna, ma da una somma di cose piccole: gestione dei doppiaggi a Les Combes, scelta delle pressioni al calare della temperatura, tempi di reazione durante le ripartenze. Dettagli misurabili, certo, ma ancora prima un’attitudine.
Dietro, la Mercedes chiude seconda con autorevolezza. Niente fuochi d’artificio, tanta sostanza: stint equilibrati, consumo sotto controllo, scelte conservative quando il rischio non pagava. La Ferrari salva un podio che vale più della statistica. Spa, per Maranello, è sempre un campo minato emotivo: restare nell’arco dei primi tre dopo 24 ore dice molto della tenuta della squadra e della 296 GT3 quando la pista si allunga sulla giornata.
Qualcuno dirà che a Spa vince sempre chi sbaglia meno. Non basta. Serve l’istinto di prendere l’attimo quando si presenta, e la pazienza di aspettarlo quando non c’è. L’abbiamo visto in questa edizione del GT World Challenge Europe: il cronometro come giudice freddo, e intorno il battito di chi crede che, anche partendo dietro a tutti, una strada si trovi sempre. La prossima volta che affrontiamo una salita, in pista o fuori, ci chiederemo: abbiamo il coraggio di restare puliti, un giro dopo l’altro, finché la luce torna?
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