Nei corridoi della Fédération Internationale de l’Automobile si sente odore di riscrittura. Porte che si chiudono piano, taccuini aperti, sguardi che chiedono tempo. Sembra il preludio a un cambio di epoca: regole che slittano, potere che s’incolla alle mani di chi sa aspettare.
Mohammed Ben Sulayem è arrivato alla guida della FIA nel 2021. Ex pilota, volto solido, primo presidente non europeo. Ha parlato spesso di rigore, sicurezza, modernizzazione. Ha guidato dossier delicati, dal controllo dei costi in motorsport alle spinte sulla sostenibilità. Fin qui, il profilo di un leader deciso.
La FIA è una federazione vasta. Oltre 240 club membri, più di 140 Paesi. Una macchina lenta, per forza: commissioni, voto dei delegati, Assemblea generale, Consiglio Mondiale. Lo statuto è la sua mappa. Dentro ci sono i paletti del potere. Durata dei mandati, requisiti anagrafici, pesi e contrappesi.
E qui arriva il punto. A metà strada tra discrezione e determinazione, si discute la rimozione del cosiddetto limite dei tre mandati per la presidenza. Nelle stesse carte, dicono ricostruzioni convergenti, si metterebbe mano anche allo “stop a 70 anni”. Nessuna comunicazione ufficiale, ma bozze circolano e i delegati ne parlano. Se passasse, la porta resterebbe aperta più a lungo. Forse, a lungo quanto vuole chi sta sulla soglia.
Cosa cambierebbe davvero
Via il tetto dei mandati significa continuità senza scadenza predefinita. Resterebbero le elezioni, certo, ma con un incumbency potentissimo. In un sistema dove il presidente nomina, influenza, indirizza, il vantaggio si somma nel tempo. Lo “stop a 70 anni”, se attenuato o abolito, estenderebbe l’orizzonte di chi già siede in alto. Non è un dettaglio: in molte organizzazioni globali si fissano due o tre mandati, o fasce d’età, per tenere fresca la governance.
I sostenitori sussurrano un concetto semplice: i progetti lunghi hanno bisogno di respiro. Standard di sicurezza, riforme sportive, digitalizzazione delle licenze, partnership industriali. Un ciclo di quattro anni è corto. Dodici, forse, non bastano. E cambiare guida a metà curva può portare al testacoda.
Gli scettici vedono altro. Senza un limite chiaro, il consenso tende a solidificarsi. Si riduce l’alternanza, si indebolisce il dibattito, si creano cerchi ristretti. Nelle federazioni, l’inerzia è una regola della fisica. E quando la FIA tocca interessi miliardari, l’inerzia diventa cemento.
Rischi e opportunità (visti da vicino)
Ricordo una sera d’inverno in un piccolo club automobilistico, urne di cartone e verbali scritti a mano. Il presidente era lì da vent’anni. Tutti lo conoscevano, tutto funzionava. Ma ogni idea nuova arrivava stanca. Poi, un cambio dopo mille tentativi ha riacceso i corridoi. Le federazioni, in grande, funzionano allo stesso modo. Hanno bisogno di memoria, ma anche di aria.
C’è un altro punto, meno detto. La reputazione. Il motorsport ha vissuto stagioni in cui la percezione di trasparenza valeva quanto un regolamento tecnico. Una presidenza “senza orizzonte” può creare diffidenza fuori, tra appassionati e sponsor, e dentro, tra club che chiedono voce. Al contrario, una leadership stabile che consegna risultati verificabili (sicurezza in pista, integrità dei controlli, inclusione di nuove serie e nuovi mercati) conquista rispetto. La differenza la fa il metodo.
Ad oggi, non esistono testi approvati che sanciscano “presidenza a vita”. Ci sono discussioni, spinte, una regia che prova a cambiare il set. Tocca ai delegati leggere ogni riga, chiedere conto, pretendere garanzie: limiti funzionali, valutazioni indipendenti, audit seri. Non sono orpelli. Sono i bulloni che tengono insieme il telaio.
E noi, dall’altra parte dello schermo, cosa vogliamo da chi guida lo sport che amiamo? Un volto fisso in foto d’archivio o una strada dove passano idee nuove come auto appena uscite dai box? La bandiera a scacchi non è solo un traguardo. È anche un promemoria: senza limiti, il giro non finisce mai. E non sempre è un bene.