Aragon d’inverno ha un suono secco. L’aria punge, il deserto attorno tace, e il rumore pieno di una moto che spinge taglia il silenzio. È lì che Viñales, casco giù e sguardo pulito, sta costruendo il suo inizio di stagione: un giro alla volta, senza fretta, senza sconti.
Lo si vede alla pista di Aragon in giornate terse e fredde, a fare chilometri con una RC990R ancora avvolta in quell’aura da prototipo che incuriosisce e divide. Il pilota spagnolo della KTM lavora come se il tempo avesse una sola direzione: avanti. Niente proclami. Niente numeri. Solo costanza. Del resto, non ci sono crono ufficiali disponibili e dal box trapela poco. Ma il linguaggio dei gesti è chiaro.
Il tracciato di MotorLand è lungo 5,078 km. Ha 17 curve, una retta da 968 metri e un disegno tecnico che premia chi guida pulito. Qui una staccata sbagliata si paga doppia. Qui un’uscita curva fatta bene vale mezzo rettilineo. Viñales sfrutta proprio questo. Divide la pista in settori. Ripete linee. Prova ingressi diversi. Lavora sui riferimenti visivi. Su una giornata fredda d’inverno, l’asfalto resta spesso sotto i 15°C: ideale per esercitarsi a scaldare la gomma in fretta e a trovare grip senza cercarlo a caso.
Non è la velocità. È il metodo. Da qualche settimana, Viñales è considerato il “neo-protetto” di Jorge Lorenzo. La parola protetto dice molto e poco. Indica una guida, un confronto, una voce esperta che entra in cabina con lui e lo riporta al semplice: entra, gira, esci, capisci. I dettagli dell’accordo non sono stati resi pubblici, ma è evidente l’impronta: niente frenesia, solo decisioni piccole e ripetute.
La sigla circola da mesi nell’ambiente per indicare una sportiva ad alte prestazioni legata al progetto 990, ma non ci sono specifiche ufficiali confermate sul pacchetto completo. Si parla di un motore bicilindrico di cubatura vicina ai 990 cc e di una ciclistica affilata. Il senso, qui, non è la potenza. È la trasferibilità. Una moto esigente, ma “umana”, che ti obbliga a essere preciso senza nascondere gli errori dietro l’elettronica. È perfetta per allenare il polso, la pazienza, l’uscita rotonda. In vista del Mondiale, è oro.
Le sessioni sembrano pensate per creare ritmo. Blocchi brevi e mirati. Rientri con casco ancora caldo e appunti secchi: dove frenare due metri dopo, da che lato prendere il dosso, come aprire prima senza far scivolare il posteriore. Niente maratone a secco. Piccoli passi, molti feedback. Anche il fisico ha il suo spazio. Esercizi tra una run e l’altra. Respirazione. Visualizzazione del giro. È il modo più semplice per arrivare pronti quando la gara chiama alle sei del pomeriggio e la luce cambia.
Il vento, spesso presente, obbliga a correggere il corpo in rettilineo. La pendenza di alcune curve mette in chiaro se stai spingendo o stai solo guidando forte. Qui si impara a scegliere. Nessun annuncio su tempi o comparazioni. È una scelta. Valgono più le sensazioni. Valgono di più i micro-obiettivi che si portano a casa. E quando cala il sole sopra l’asfalto rosso di Aragon, resta una domanda semplice e potente: quanto lontano può arrivare uno che sa aspettare il momento giusto per fare la cosa giusta?
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